mercoledì 29 ottobre 2014

Arca russa (Aleksandr Sokurov)

"Apro gli occhi e non vedo niente: niente finestre, niente porte. Ricordo che è accaduta una disgrazia e che tutti fuggivano per mettersi in salvo, ognuno come poteva. 
Quanto a me, non ricordo."


Il museo dell'Hermitage di San Pietroburgo diventa il grande palcoscenico di trecento anni Storia Russa. 
Non c'è soluzione di continuità tra un'epoca e l'altra, tra un'immagine e l'altra, tutto segue il percorso lineare della storia, come se potessimo attraversare le epoche camminando su quella "linea temporale" che ci facevano disegnare a scuola. 

La soggettiva proietta lo spettatore nella voce narrante, confusa, catapultata chissà perché al cospetto della Grande e stanca Caterina, in un ballo di inizio ottocento, al tempo della guerra napoleonica, ai giorni nostri, accompagnata da un'eccentrica figura (il marchese De Cutin) che è allo stesso tempo interno ed esterno al passato, dapprima restio ad apprezzare l'arte russa, giudicata come niente più di una copia malfatta di quella europea, infine ammaliato dalla stessa.

Ciò che guardiamo ci sfugge, fluttua, le immagini sono vaghe, di una bellezza dolente, intrise da un lato di nostalgia per un passato cristallizzato e quasi glorificato nei grandi romanzi russi e nei libri di storia, dall'altro da un senso di finzione, alienazione. 
Lo sguardo del regista volteggia su quella bellezza che può appartenere solo a quel passato, una bellezza ancora più bella perché destinata all'oblio: il modo in cui ci si focalizza sui piccoli particolari dei quadri prima di proseguire il cammino, lascia il retrogusto amaro di un ultimo saluto a qualcosa destinato ad essere dimenticato ("Tutti possono conoscere il futuro, ma il passato non lo conosce nessuno.)”

L'io narrante è trasportato dal fiume di uomini e donne al ballo fino ad uscire dalla grande arca e perdersi nel gelido mare che la circonda e la lascia lì isolata nel tempo e nello spazio, intangibile e irraggiungibile.

Il regista è riuscito nel miracolo di filmare l'intera pellicola in un solo giorno (anche perchè la direzione del museo gli aveva concesso un solo giorno), ed è stato girato a completamente in un unico piano sequenza ( il quarto tentativo è stato quello andato a buon fine).



Trailer:




mercoledì 15 ottobre 2014

The bling ring


La trama, tratta da vicende realmente accadute nel 2009, è nota ai più: liceali straricchi che da piccoli furti passano a svaligiare le case dei vip, per poi venire beccati dalle telecamere e dai loro post su facebook.
Un film decisamente brutto, mal recitato, mal sceneggiato e mal diretto.
Se voleva evidenziare il vuoto esistenziale degli adolescenti di Los Angeles che rubano nelle case dei Vip per colmare l'initulità della loro misera vita fatta di sesso, droga e discutibile musica, è riuscita solo ad evidenziare vuoti di sceneggiatura.
Quello che doveva essere un intrattenimento leggero durante la cena è diventato una lenta agonia.
La scene scorrono come tre ore di lezione il venerdì all'ora di pranzo, mentre pensi al cazzeggio finesettimanale.

I dialoghi sono ripetitivi, poveri, le azioni sempre uguali a loro stesse, i protagonisti insicuri, bisognosi di attenzione, con il disturbo compulsivo di postare qualsiasi cosa su facebook, compresi i furti, superficiali e noiosi come la loro vita, diventano macchiette. Le relazioni interpersonali sono pura apparenza, fragili, false, tenute insieme dalla ricerca del "brivido" e pronte a frantumarsi quando la situazione degenera. 


E la Coppola si limita semplicemente a registrare il tutto, senza aggiungere altro, nessun picco emotivo, nessun sentimento, nessuna suspance, nessuna evoluzione, niente di niente. Aggiunge la voce fuori campo dell'unico componente maschile della gang, momenti di introspezione assolutamente decontestualizzati e dissonanti.
Ne deriva uno schema senza senso, una pellicola che si accartoccia su se stessa senza provocare il minimo interesse.
Tutto gira a vuoto, senza stile.
Anche nelle precedenti opere i personaggi della Coppola erravano in modo circolare e senza senso: l'attore a fine carriera e la sposina annoiata in Lost in Traslation, padre e figlia in Somewhere, la regina bambina in Marie Antoniette.
Ma tutto era narrato con una certa grazia e un particolare registro stilistico che in Bling Ring non troviamo. La regia ricalca pedissequamente la superficialità dei teenager cleptomani e ne esce svuotata.

Sembra entrata in loop anche la Coppola, con film intrisi di vuoto, tendenti al pop e al pacchiano, si pensi ad alcune scene di Marie Antoniette.
Sulle interpretazione non vale la pena spendere una parola. Essendo i protagonisti privi di spessore, gli attori non potevano far altro che appiattirsi su questa nullità di sentimento? Mah, risultano semplicemente svogliati.
Forse l'unico punto del film è che lancia uno sguardo verso di noi, verso la società che porta "ragazzini-criminali" ossessionati da starlette-vip-profonde come pozzanghere, ad assurgere agli onori della cronaca, osannati da altri ragazzini fino a diventare essi stessi vip-meteore. 

Trailer:



mercoledì 8 ottobre 2014

8 1/2 (Federico Fellini)

"Una crisi di ispiration? E se non fosse per niente passeggera signorino bello? Se fosse il crollo finale di un bugiardaccio senza più estro né talento?"


Guido (Marcello Mastroianni) è un regista in crisi creativa e di identità. Nella stazione termale in cui cerca tranquillità viene raggiunto dalla troupe del film che dovrebbe iniziare a girare, dall'amante (Sandra Milo) e infine dalla moglie(Anouk Aimee).

Realtà, sogno e ricordo si fondono in un turbinio di immagini, sensazioni, silenzi.
Il regista è tutto chiuso nei ricordi d'infanzia e nelle sue fantasie, alla ricerca della purezza, personificata da una musa che volteggia in punta di piedi, Claudia Cardinale. 

 Quel film che teme di iniziare è tutta la sua vita di cui non riesce a reggere il peso. 

Il rapporto spezzato con i genitori, il senso di colpa pressante generato dalla forte educazione cattolica, la tenerezza e il distacco che prova nei confronti della moglie, di tutte le donne che circondano la sua esistenza, creano un turbine in cui Guido sprofonda, si spezza, si confonde al punto da crollare, per poi ricongiungersi alla fine con sè stesso, accettare le sue colpe, il suo passato, la sua incapacità di amare quei piccoli esseri che gli sono stati vicino tutta la vita. 


Finalmente ha capito, può ora formare con loro un girotondo giocoso nel circo che rappresenta l'esistenza.
Ogni immagine è pura grazia estatica: il fruscio del vento nel sogno, l'inconscio che scavalca il conscio, l'infanzia che torna in un circolo eterno senza fine, l'amore mai ricambiato dei genitori, delle donne, la soffocante repressione cattolica, la condanna e allo stesso tempo la malinconia per un passato troppo presente in una lontana terra in cui risuona la vernacolare formula magica Asa nisi masa.
La settima arte portata al sublime.

Premi

1963
Oscar per miglior film straniero, migliori costumi in bianco e nero
1963
Nastro d'argento per miglior regia
1963
Nastro d'argento per miglior produzione
1963
Nastro d'argento per miglior attrice non protagonista
1964
Nastro d'argento per miglior soggetto originale
1964
Nastro d'argento per miglior sceneggiatura
Nastro d'argento per miglior fotografia in bianco e nero
Nastro d'argento per miglior musica
Gran premio al Festival di Mosca
Nomination Oscar per miglior soggetto e sceneggiatura originali

Trailer



venerdì 3 ottobre 2014

I dieci film italiani più trash di sempre (non sono belli ma piacciono)


Cosa vi viene in mente quando dico Neri Parenti, Vanzina, Jerry Calà, Umberto Smaila, De Sica (figlio) e compagnia "bella"?
La parola chiave è trash.
Quei film che hanno messo la lapide sul defunto cinema italiano.
Quelli che si beccano mezza stella quando va bene.
Quelli che hanno fatto nascere il qualunquismo all'italiana.
Quelli che quando si apre lo champagne o sciampagne, il tappo va rigorosamente in bocca.
Quelli in cui lo stacco alla Godard è scandito da emissioni gastroenteriche e da qualche tetta.

Attenzione: contenuti espliciti.

Quest'anno il Natale viene ad ottobre; MORTACCI SUA!

10 Yuppies (1986, Vanzina)

Per noi una parola senza significato, per i rampolli anni '80 l'apice del successo. Ecco il Wall Street all'italiana, dove tra un affare e l'altro i "giovani" (sì...giovani...) e "belli" (idem) seducono le tettute bellezze italiche. 

Non ancora ai livelli del Vanzina anni '90, però il regista lasciava intendere un grosso potenziale trash. 




9 Tifosi (1999, Massaro)

Quanto poteva essere fatto (o indebitato) Maradona per partecipare a questo film?

E tu oh Ninuzziello bello, non ti bastavano i musicarelli a piazza del Plebiscito?

In realtà chi è stato a qualche partita noterà il crudo realismo che permea la pellicola, forse voleva essere un ritorno di De Sica al paterno neorealismo? Ai posteri...





8 Paparazzi (1998, Neri Parenti)

I soliti noti a caccia di tette da primapagina. Non si contano le celeb che hanno prestato il volto per far sì che questa pellicola sia ancora oggi uno dei grandi firmi del nostro cinema. 

Un film corale, una fotografia maniacale, dai dialoghi serrati inframezzati da "mortacci" che intervengono grevi a dare spessore alla pellicola.
Un Er Patata davvero in stato di grazia.




7 Attila flagello di Dio (1982, Castellano e Pipolo)

A come Atrocità, doppia T come Terremoto e Tragedia, I come Ir' di DDio, L come Laco di sangue, A come Adesso vengo e ti sfascio le corna!
Sceneggiatura brillante e variegata, interpretazioni da Oscar, rutto libero. Un film che ti fa rimpiangere la discesa degli Unni; all'uscita nelle sale fu un flop assurdo, ma ora è ricordato da tutti come uno dei grandi cult anni 80.




6 Vacanze di Natale (1983, Vanzina) 

Un franchising ancora a livello embrionale, il capostipite dei cinepanettoni (il genere di film che tutto il mondo ci invidia), quelli che fanno sì che i cinema siano ancora aperti, quei film che ci fanno ammazzare dalle risate.
Loro ci hanno insegnato l'abc dell'ignoranza e hanno esportato la cafonaggine italica nelle mete più ambite dall'italiano medio.
Diciamoci la verità, può esserci Natale senza un Vacanze di Natale? Nel senso hanno istituito la festa per quello no? Da segnalare la presenza di Mario Brega, non sapeva che avrebbe creato un mostro.

5 A spasso nel tempo (Vanzina)

E già saliamo alla top five per livello di ignoranza, numero di tette/rutti/scoregge al minuto.
I ricordi risalgono come un rutto dopo che hai mangiato la peperonata: non so il motivo, ma la mia maestra di italiano, un giorno, ci portò in sala proiezioni e, per farci tacere, inserì il suddetto VHS nel lettore. Forse pensava di insegnarci la storia d'Italia, ci insegnò la decadenza e il bomberismo.


Ricordo la copertina: De Sica che palpava una tetta della nota soubrette la "Sellerona".
Per chi non l'avesse intuita la trama è molto complessa: Boldi e De Sica accidentalmente finiscono in una macchina del tempo in un parco divertimenti delle Americhe che li sballotta dalla preistoria al futuro tra una tetta e un culo.




4 Bodyguard (2000, Neri Parenti)

Il nuovo millennio non poteva entrare in modo migliore, servivano 2000 anni di evoluzione per arrivare a tali picchi artistici.
Per curiosità leggetevi le curiosità di Wikipedia, probabilmente autogeneratesi sul web.
Tre carabinieri espulsi dall'arma tentano la fortuna diventando body guards della Silicon Valley del piccolo schermo: Megan Gale, Victoria Silvsted e Anna Falchi.


3 Fratelli d'Italia (1989, Neri Parenti)

Sull'ultimo gradino del podio troviamo questo capolavoro della cafonata (che rende pienamente onore all'italico Inno). Diviso in tre suggestivi episodi, ci sentiamo di sbilanciarci proclamando il migliore: quello di Jerry Doppia libidine Calà, poliedrico artista capace di passare dal pianoforte alla macchina da presa: difficile capire dove renda meglio.
Nell'episodio con Boldi, troverete molti riferimenti al successivo film, tifosi. Ed è qui che possiamo parlare di weltanschauung.

2 Natale in India (2003, Neri Parenti)


Figli apparentemente scambiati di padri diversi che si incontrano insieme ai padri stessi nell'esotica India.
Un rapper, rutti, tette, culi, poetiche flautolenze.

Commovente interpretazione di Enzo Salvi, multiforme artista in grado di dare al linguaggio "ruttico" dignità pari all'elfico Tolkeniano.




1 Merry Christmas (2001,  Neri Parenti)

Opera summa dei vari Vacanze di Natale, raccoglie tutti gli elementi essenziali delle precedenti fatiche cinematografiche.
Si narra che Coppola, dopo aver visto questo film, disse: "è il film che avrei sempre voluto dirigere."
Lo stesso Boldi non ha retto alla fiera della volgarità che lo permea: lui stesso ha dichiarato che questo film è stato il punto di rottura tra lui e De Sica (sebbene i due gireranno altre trashate prima di chiudere la loro collaborazione).
Fabio Trivellone ha due diverse mogli (Serena e Selvaggia) con prole al seguito (un ragazzo e una ragazza): Serena e il figlio se li porta ad Amsterdam per le vacanze natalizie, l'altra (credendo che il marito si trovi nella Amsterdam per motivi di lavoro) gli fa una sorpresa andandolo insieme alla figlia.
Memorabili le scene in cui cerca disperatamente di convertire il figlio nerd al tetteeculismo, tra i dialoghi magistrali padre-figlio si ricorda: "Ma che te stai a fa e' pippe su internet?", "No papà, è pc calcio", "Ma nun ce sei annato sur sito che t'ho detto? WWW.TETTEECULI.IT!?!?!?"
Per non dimenticare il duo Boldi-Salvi nei commoventi "Te posso chiama papà? A papààààààààààààà!!!!" Memorabile il gesto tecnico con cui ci ha insegnato che anche con il pene si possono fare le flessioni. 
Spicca la non casuale scelta di Amsterdam, ricca di virtuose ragazze d'alto e basso borgo.
A chi non scende una lacrima ricordando De Sica e Boldi intenti a scassinare una macchina con il piercing dove non batte il sole?

Chiudo dicendo che ci siamo stancati degli ultimi ed asettici film natalizi, snaturalizzati della loro genuina volgarità.