lunedì 31 marzo 2014

No Country For Old Men - Non è un paese per vecchi

"Ti voglio fare una domanda: qual'è la scommessa più grossa che hai perso a testa o croce?"


Texas, anni '80. Unico superstite di un regolamento di conti tra narcotrafficanti in cui si imbatte per caso, Llewelyn Moss (Josh Brolin) si trova in possesso di una valigetta contenente un'ingente somma di denaro. 
La decisione di portarla con sé segna la discesa in un vortice di angoscia e violenza. Sulle sue tracce lo spietato killer Anton Chigurh (Javier Bardem) - a cui piace uccidere con l'aria compressa- e l'inadeguato sceriffo, prossimo alla pensione, Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones).



Quattro statuette agli Oscar 2008 per questo cult che è riuscito a scalzare il bellissimo Petroliere: miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura non originale.
Feroce, cinico, nichilista, No Country for Old Men propone sullo schermo una disincantata interpretazione del mondo e dell'avida umanità che lo popola.
Non ci sono buoni o cattivi, c'è solo la violenza dal tono shakespeariano che gronda sulla terra come sangue dalle pagine dell'omonimo romanzo di Cormac McCarthy, da cui è tratto il film.
I fratelli Cohen con gelido tratto e asciutta regia, mostrano l'orrore della nostra civiltà. Rileggono il mito del vecchio west a loro modo: innanzitutto non vince il bene sul male, solo l'ipotesi del lieto fine agonizza brutalmente come le vittime di Chigurh, e i personaggi, al centro dell'epos distorto, si distaccano completamente dai protagonisti di Sergio Leone, perché incarnano non i "valori" ma il lato più spietato e animalesco dell'uomo. 

A cominciare dal killer psicopatico con lo sguardo perso nel vuoto, personaggio crudele e quasi disumano per la sua insensibilità, ma allo stesso tempo ironico e comico in un certo senso, basti pensare alla sua caratterizzazione estetica: quale spietato killer avrebbe un così ridicolo taglio di capelli in stile paggetto e girerebbe con una ben poco maneggevole bombola d'aria?
Un grottesco strumento - ma anche vittima - del caso come è perfettamente sintetizzato nella scena in cui fa lanciare la monetina al vecchio nella stazione di servizio. 
Nella risposta alla sua domanda su cosa si stia giocando, si racchiude il senso dell'esistenza dominata totalmente dal fato, che il film vuole trasmettere, dove i sentimenti positivi non trovano spazio: "ti stai giocando tutto, te lo stai giocando da quando sei nato, solo che non lo sapevi."

Il suo "doppio" è lo sceriffo, debole, inutile, incapace come lo spettatore di fare qualsiasi cosa per fermare la brutalità e l'aridità della realtà che lo circonda, in netto contrasto con la sua complessa e profonda interiorità.
Moss sta tra i due estremi.
Lo spettatore resta spiazzato, quello che si aspetta dalla storia non accade, non c'è chi vince, non c'è chi perde.
L'ambientazione e la fotografia sono oniriche, sospese. Dimensione, quella del sogno, che permea il tessuto stilistico e filosofico del film.
Il tutto è una macabra marcia sulle rovine della nostra civiltà perduta, abitata da omini mossi dalle loro piccolezza e sballottati dall'onda del dio della sorte.
Resta soltanto la consapevolezza che si vive e muore in base al capriccio del caso. 
Immobile e sempre uguale a sé stesso resta soltanto il paesaggio, muto e indifferente testimone della crudele avidità umana.


Trailer:




mercoledì 26 marzo 2014

I vitelloni - Federico Fellini

Eccoli lì, nel loro immobilismo vestito a festa, Alberto (Alberto Sordi), Fausto (Franco Fabrizi), Moraldo (Franco Interlenghi), Leopoldo (Leopoldo Trieste) e Riccardo (Riccardo Fellini, fratello del regista): i vitelloni.


È la fine dell'estate in una bigia cittadina sul litorale romagnolo e si sta eleggendo Miss Sirena 1953, quando un acquazzone interrompe la festa e nella confusione generale si scopre che la neo incoronata Sirena, Sandra, sorella di Moraldo, è stata compromessa da Fausto: dovranno sposarsi. 
Un piccolo avvenimento che scuote, ma non troppo, la monotonia del loro esistere che subito ripiomba nel grigiore con l'arrivo dell'inverno.

Una gioventù viziata, immobile, inetta, piena di velleità, ma senza il coraggio o la più minima voglia di realizzarle.
I vitelloni inerti ombre di loro stessi che non vogliono scostarsi dal ruolo che hanno sempre avuto e sempre avranno: c'è l'eterno bambino, il dongiovanni, l'artista, il pigro e pingue cantante. Unico spiraglio di cambiamento è lasciato al condizionabile e giovane Moraldo, in cui si scorge il regista.
Nullafacenti, mantenuti dalle famiglie, passano il tempo a parlare di quando lasceranno quel paesino, ma poi gli anni passano e si ritrovano sempre nello stesso bar a parlar di partenze che mai faranno, di posti che mai vedranno. 
Vedono un barlume di vita soltanto con il giungere dell'estate per poi tornare ad essere morti che camminano per le grigie strade della cittadina echeggiante delle loro sciocche puerilità. 
I giorni scorrono lenti e oziosi e poi, a tarda notte, trovano rifugio nelle modeste e comode mura familiari.

Le pesanti movenze dei protagonisti sono cadenzate in modo sublime dalle melanconiche musiche di Nino Rota.
Il mare e la spiaggia, monotoni, grigi ed inutili come i vitelloni che vanno a guardarlo con malinconia d'inverno per cercare qualche rimasuglio dell'euforia artificiosa che li teneva in vita.
Fellini con un sorriso amaro descrive quel piccolo mondo neghittoso - in parte autobiografico- fatto di esistenze vane, incolori, indolenti, inamovibili, circondate da un manto di simpatia che però non scende nell'indulgenza.
Una dolorosa ironia ci mostra tutto lo iato tra le rosee velleità e la misera realtà.

I vitelloni ci tocca nel profondo, in fondo in ognuno di noi c'è o c'è stato un tratto, anche minimo, di quell'abulia persistente che manda avanti le nostre giornate, piene di cose da fare, ma vane e inconsistenti.

Trailer:


Premi:

- Nastro d'argento per miglior regia a Federico Fellini 

- Nastro d'argento per miglior attore non protagonista ad Alberto Sordi 

- Leone d'argento alla Mostra di Venezia

- Nomination Oscar per miglior soggetto e sceneggiatura originali (a Federico Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli).

Curiosità:
- Il termine "vitelloni" veniva usato a Pescara, paese d'origine di Ennio Flaiano, autore del soggetto.

- Nell'ultima scena, la battuta di Moraldo, viene doppiata dallo stesso Fellini, per sottolineare l'identificazione autobiografica con il personaggio.


- “I vitelloni non voleva distribuirlo nessuno, andammo in giro a mendicare un noleggio come dei disperati. Mi ricordo certe proiezioni allucinanti. I presenti, alla fine, mi lanciavano occhiate di traverso e stringevano dolenti la mano al produttore Pegoraro in un’atmosfera di alluvione del Polesine. I nomi non me li ricordo e se mi li ricordo è meglio non farli. Mi ricordo una proiezione alle due del pomeriggio, d’estate, per il presidente di una grossa società. Venne con passo elastico, bruno, abbronzato sotto la lampada al quarzo, con la catenella d’oro al braccio, il tipo del venditore d’automobili, quello che piace alle donne. [...] Non lo presero. Finì a un’altra distribuzione che non voleva il titolo I vitelloni. Ci consigliavano un altro titolo: Vagabondi! Con il punto esclamativo. Dissi che andava benissimo, però suggerivo di rafforzare l’invettiva con un vocione da orco che sulla colonna sonora tuonasse Vagabondi! Accettarono il titolo soltanto quando Pegoraro gli diede altri due film che loro consideravano sicuramente commerciali. Ma sui primi manifesti e le prime copie non vollero il nome di Alberto Sordi: fa scappare la gente, dicevano, è antipatico, il pubblico non lo sopporta”.
Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1980


- Tra i protagonisti il più inafferrabile è Alberto Sordi, che Fellini ha preteso contro tutti. Nel frattempo il comico si è impegnato con Wanda Osiris nella rivista di Garinei e Giovannini Gran baraonda ed è giocoforza, per averlo sottomano, seguire lo spettacolo in varie “piazze” tra le quali Viterbo e Firenze. Nel Teatro Goldoni, chiuso per inagibilità e pieno di topi, viene girato il veglione di carnevale; e un ambiente fiorentino viene utilizzato per il negozio di arredi sacri.
Tullio Kezich, Fellini, Milano, Camunia, 1987.


True Detective - Sigla di apertura e commento


Ecco la sigla di apertura di True Detective, una delle migliori serie prodotte dalla HBO ed ideata da Nic Pizzolatto.
Matthew McConaughey e Woody Harrelson si prestano perfettamente nel ruolo di detective problematici e psicologicamente turbati.
Nonostante sia una serie poliziesca, i dialoghi dominano sull'azione, le indagini e gli interrogatori sono quasi un pretesto per entrare nella psicologia del detective Rust e del più apparentemente "normale" Martin.
La serie è composta da 8 episodi, ed ha riscosso un grande successo di pubblico e critica: lo streaming dell'ultima puntata, ha mandato in tilt il server della HBO.
In caso di programmazione della seconda stagione, essendo antologica, avrà una nuova storia con nuovi protagonisti (ed interpreti).
Speriamo che seguirà l'esempio di American Horror Story, che mantiene, fondamentalmente, intatto il cast principale da stagione a stagione.
Vi lascio al video, con la promessa di sviluppare, nei prossimi giorni, un post più approfondito ed esauriente su questa magnifica serie.
Buona visione!


martedì 25 marzo 2014

Come sarebbero state le odierne serie tv se fossero uscite nel 1995 (Breaking bad- The walking dead- Game of thrones-The Big Bang Theory)



Attualmente, le serie tv americane, stanno raggiungendo un livello di qualità tecnica e recitativa che ha ben poco da invidiare alle pellicole cinematografiche.
Questo successo è dovuto ad un accurato lavoro da parte dei registi e sceneggiatori, senza tralasciare il fatto che alcuni dei più grandi attori cinematografici (ad esempio, Steve Buscemi in Boardwalk Empire, o Matthew McConaughey e Woody Harrelson nel recentissimo True detective) si stanno prestando al servizio di queste serie.
Andando indietro nel passato, si ricordano facilmente storiche serie televisive le quali, seppur occupino ancora un posto nel cuore del telespettatore, non eccedevano certo per virtuosismi tecnici.

Trojan war - Il peggior flop della storia del cinema


Se credete di aver toccato il fondo, sappiate che nel 1997, negli USA è stato proiettato uno dei più sventurati e sciagurati film che siano mai stati prodotti nella storia del cinema.
Sostanzialmente, questa commedia ruota attorno al giovane Brad, il quale è convinto di aver trovato la ragazza dei suoi sogni in Brooke ma, in procinto dell'accoppiamento, si trova senza "precauzioni".
Da qui, iniziano le sue disavventure alla ricerca di un "Trojan" (marca di preservativi a cui si riferisce il titolo del film).


Commedia, sicuramente, di dubbio gusto ed originalità ma che resterà ai posteri per un record poco invidiabile: non solo è stato brutalmente stroncato dalla critica ma, a fronte di una spesa di 15 milioni di dollari, ha incassato la storica cifra di 309 $.
È stato piacevole constatare che il regista George Huang ed il produttore Charles Gordon non hanno neanche una voce personale su Wikipedia.
Probabilmente, nel 1997, gli uomini si sono rifiutati di indossare preservativi Trojan con un esponenziale aumento delle ragazze madri e dei ragazzi padre alcolizzati.
Voglio concludere il post con lo spoiler del finale: lui trova il famigerato condom, ma lei non vuole più copulare con lui.
Ci tengo a precisare che non ho visionato il suddetto Kolossal, per tenere fede all'alone di pene (capita la battuta?) che avvolge Trojan war.

giovedì 20 marzo 2014

NATURAL BORN KILLERS (1994 – regia di Oliver Stone)


Che cos'è un omicidio, amico? Tutte le creature di Dio uccidono, in un modo o nell'altro. Guarda le grandi foreste: lì hai specie che uccidono altre specie, la nostra le uccide invece tutte allegramente foreste comprese: solo che la chiamiamo "industria" non omicidio.




Di Giuseppe Fasano

Oliver Stone decide, nel 1994, di dirigere questo film la cui sceneggiatura originaria era di Quentin Tarantino. Le modifiche apportate da Stone creano un malcontento talmente esagerato del regista de “Le Iene” che addirittura i due arrivano ai ferri corti: Quentin vorrebbe che il suo nome non apparisse neanche tra i titoli di coda. Ma tant’è.
Certamente il processo narrativo di Oliver Stone, in “Natural Born Killers”, non è molto dissimile da quel sopravvalutato film biografico sulla storia di Re Lucertola Jim Morrison (“The Doors” – che Stone diresse qualche anno prima): si respira una sorta di “aria lisergica”, trasognata, surreale, colma di citazioni (“filmati dentro filmati”, scene di guerre, marce naziste, immagini staliniane, conflagrare di bombe all’idrogeno, facce a metà tra il kitsch e l’horror) sino al punto di confondere lo spettatore riguardo all’obiettivo principale del film, che sembra essere una riflessione talmente forzata sul tema della violenza che, ovviamente, il risultato non è comprensibile per molti. 
Nulla di tutto questo però toglie al film l’aggettivo di “capolavoro”.



La storia è quella di Mickey e Mallory Knox, una sorta di Bonnie e Clyde dell’omicidio seriale con la passione per i funghi allucinogeni. Una coppia che se ne va in giro per l’America a seminare morti ovunque come fossero in preda a demoni.

mercoledì 19 marzo 2014

A quale film appartiene questa canzone?


The Beatitudes del compositore russo Vladimir Martynov, interpretata dal Kronos Quartet, è una composizione semplice quanto commovente, appartenente al periodo della c.d. musica povera -termine coniato per definire lo stile del compositore minimalista newyorkese Martin Bresnick - che teorizza una radicale povertà di mezzi quale metodo per esprimere l'essenza spirituale dell'universo.

Ve la propongo in versione vocale per complicarvi le cose..


Le raffinate note esprimono tutta la malinconia, il rimpianto e l'autocommiserazione che passano sul volto dello straordinario protagonista del film che vi invito ad indovinare.


martedì 18 marzo 2014

La migliore offerta - Giuseppe Tornatore

"Dietro ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico"



Dopo Baarìa, Tornatore torna alla regia con un film che segna una sorta di rottura dalle opere precedenti.

Sei David di Donatello e sei Nastri d'argento per la storia incentrata sulla complessa figura di un battitore d'asta inglese molto affermato, Virgil Oldman, magistralmente interpretato da Geoffrey Rush, egocentrico, misantropo, pieno di manie, innamorato dell'arte e dei conturbanti volti delle donne dei dipinti che colleziona.
La chiamata per un incarico da parte una giovane donna, Claire Ibbetson (Sylvia Hoeks) con la quale riesce a comunicare soltanto attraverso un muro, sconvolge le sue certezze.

Intanto, nell'effettuare i sopralluoghi per la valutazione dei beni della ragazza, Virgil si imbatte in meccanismi che sembrano far parte di quello che potrebbe essere un antico e prezioso automa meccanico di Vaucanson.
Il mistero che circonda la villa e la ragazza lo trascina in una relazione in continuo mutamento, piena di ombre.

Un thriller appassionante, con una regia elegantissima, dal canone hitchcockiano, ma con qualche punto debole.
L'architettura del giallo, la cura dei dettagli, la scelta dei colori, il tagli delle inquadrature sono la fine cornice della messa in moto di una suspance crescente, ma che si affievolisce ben presto quando l'enigma principale sembra risolto.
Il gioco si regge sulla dialettica autenticità - falsità, apparenza- realtà, verità - tradimento e corre sul filo della questione della simulazione. 
Il tutto sottolineato dalle magnifiche musiche di Ennio Morricone, le cui note fanno da perfetto contrappunto alle scene.
Sullo sfondo la celebrazione dell'arte, dell'estasi che si prova davanti ai più grandi dipinti.

venerdì 14 marzo 2014

Gravity - Alfonso Cuaron


L'ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock), alla sua prima missione spaziale, sta installando un nuovo congegno al telescopio Hubble insieme all'affascinante veterano Mattew Kowalski (George Clooney), quando quella che doveva essere una passeggiata spaziale di routine si trasforma all'improvviso nel peggiore degli incubi.
Una sonda russa è stata distrutta e i suoi detriti viaggiano impazziti nello spazio nero, distruggendo e uccidendo tutto quello che capita.
Stone e Kowalski sono soli nello spazio, la loro navicella è anch'essa un detrito, le comunicazioni con la terra sono interrotte, la percentuale d'ossigeno scende vertiginosamente, "va sorseggiato come vino", fino a scendere ad ottundente anidride carbonica.
Il silenzio alienante li divide dal magnifico pianeta cristallino, il panico cresce all'aumentare dello spazio che li separa da casa.
L'unica speranza è mettere da parte la paura e spingersi ancora più oltre.

Gravity non è il film di fantascienza che ti aspetti e questa è la sua forza.
Innanzitutto è un thriller.
La gravità del titolo è la grande e agognata assente che già da il senso di oppressiva sospensione che deflagherà nel cosmo puntellato di sonde.

Ti cattura, ti trascina, ti toglie il respiro. 
Lo spettatore ha, di fatto, lo stesso limitato ossigeno dei protagonisti. 
Il loro livello di O2 scende e la difficoltà di respirare sale, l'aria inizia a diventare poca, lo spazio stretto, il silenzio il rumore che più scuote i timpani.
Un'angoscia crescente strappa via il fiato, i muscoli si tendono alla spasmodica ricerca di una via d'uscita, il corpo si irrigidisce. 
Silenzio, immensità e pace si trasformano in strumenti di sopraffazione.
Cuaron (Oscar alla regia lo scorso 2 marzo) fa parlare la sua "telecamera" più di quanto possa parlare lo script, l'unico punto debole del film.

Film portato all'estremo, radicalizzato, sperimentale al punto da tracimare i confini di ciò che chiamiamo cinema.
Un film sul 3D più che 3D, con una tecnica portata ad un livello di molto superiore all'Avatar di Cameron. 
Il vero protagonista è lo spettatore che viene trascinato nel vortice della computer grafica e sballottato nello spazio più profondo.
Tutto avviene in tempo reale, nel lasso di un'ora e mezza si consuma l'intera vicenda che ruota intorno alla lotta per la sopravvivenza.

La "trama" è ridotta all'osso, l'introspezione dei personaggi solo accennata, ma il dire poco sembra ancora più efficace, non servono le implicazioni psicologiche per far entrare lo spettatore nello schermo.
La dottoressa Ryan matura in una manciata di minuti passando da un'azione abulica e abbandonata all'estremo ad un agire consapevole e più che mai determinato a lottare, la sua storia si intuisce, il suo dolore si percepisce e lo spettatore può immedesimarsi più facilmente.

Personaggio affine alla Ellen Ripley (Sigourney Weaver) dell'Alien Ridley Scott, richiamato anche dalla grafica del titolo di apertura.
La mancanza di un prima e di un dopo rende la vicenda più carica di fascino e mistero. 
Quando invece si cerca di dare più spessore emotivo alla storia, con frasi ridondanti e retoriche, metafore della vita (la scena in cui la Bullock è come un feto nel grembo materno si poteva evitare) e dialoghi banali, la tenuta stilistica sembra affondare e perdere forza.
Il tradizionale impianto che dovrebbe far scattare la storia sembra mancare, ma il regista riesce abilmente a far emergere un senso dal vuoto.
La contrapposizione essere e nulla-vuoto cosmico, sfrondato dal chiacchiericcio retorico, carica il film di una potenza coinvolgente. 
Era più che scontato che si aggiudicasse tutti gli oscar tecnici.
Gravity più che un film è un'esperienza.

Trailer:



venerdì 7 marzo 2014

Waiting Prometheus 2: all the species of the movie.

Nel film Prometheus di Ridley Scott, alla fine, si creava un pò di confusione nel ricordare le ipotetiche combinazioni tra le varie specie. 
Sicché, mi sembra doveroso proporvi una pratica giuda da consultare in caso di dubbio! 



                     

mercoledì 5 marzo 2014

La Simpsonizzazione del mondo: la vera storia del selfie - Oscar 2014 più ritwittato di sempre



Matt Groening, il famoso padre dei Simpson, ha postato su Twitter "the ugly true story", la vera brutta storia, del selfie degli Oscar di domenica notte, che vede come protagonisti Homer e Bart.
Scopriamo, così, che in realtà Bradley Cooper ha spinto via dal suo posto un indispettito Homer per escluderlo dallo scatto e le altre celebrità hanno coperto il povero Bart, di cui riusciamo a vedere solo i capelli, che non si lascia sfuggire l'occasione per un V-sign globale.




Ed ecco che Jennifer Lawrence, Meryl Streep, Julia Roberts, Jared Leto (vincitore come miglior attore non protagonista), Lupita Nyong'o (vincitrice come miglior attrice non protagonista), Brad Pitt e consorte, Kevin Spacey e, ovviamente, l'esuberante presentatrice Ellen Degeneres entrano nella rosa delle celeb ritratte da uno dei cartoonist più famosi del globo.
Davvero spassoso!

Il selfie in questione ha battuto tutti i record raggiungendo i 3,1 milioni di tweet e a seguito di tale successo la Samsung, uno degli sponsor della serata al Dolby Theatre, ha devoluto 3 milioni di dollari in beneficenza.


Ma come è stata scattata questa foto virale? Per chi se lo fosse perso, ecco a voi:
 




lunedì 3 marzo 2014

Oscar 2014, the winners!



Al  Dolby Theatre di Los Angeles, si è da poco conclusa l'86esima edizione della cerimonia degli Academy Awards.
Il premio più ambito ovvero quello di miglior film va a 12 anni schiavo di Steve McQueen, mentre Gravity si aggiudica tutti i premi tecnici oltre all'Oscar come miglior regia; sicuramente una bella soddisfazione per Alfonso Cuarón.
Dallas Buyers Club non delude, infatti consacra la maturazione artistica di Matthew McConaughey (miglior attore protagonista) e Jared Leto (miglior attore non protagonista).
Anche quest'anno, il povero DiCaprio resta (forse ingiustamente), a mani vuote; sicuramente gli sfottò che girano sul web sui suoi mancati Oscar diventeranno sempre più virali.
Cate Blanchett si aggiudica l'Oscar come migliore attrice protagonista con Blue Jasmine, riscattando anche Woody Allen dopo il pessimo To Rome with love.
Chi invece ha saputo cogliere l'essenza della città eterna è Sorrentino che, grazie al film La grande bellezza, si aggiudica l'Oscar come migliore film straniero; l'ambita statuetta mancava all'Italia dai tempi de La vita è bella (1999).
Sorrentino, accompagnato da Tony Servillo, si è così espresso durante il discorso di premiazione: "Grazie all'Academy, a tutti gli attori, i produttori e alle mie fonti di ispirazione: Federico Fellini, Martin Scorsese, i Talking heads e Maradona; sono quattro campioni nella loro arte che mi hanno insegnato tutti cosa vuol dire fare un grande spettacolo, che è la base di tutto lo spettacolo
cinematografico. Sono molto emozionato e felice, non era scontato questo premio, i concorrenti erano temibili ora sono felice e sollevato".


Uno dei migliori film in lizza tra le varie nomination era Her (uscirà tra qualche giorno in Italia, vergognosi i ritardi di distribuzione rispetto ad altri Paesi) premiato per la migliore sceneggiatura originale; a mio avviso, poteva ambire a qualcosa in più.