venerdì 29 novembre 2013

Persona (Ingmar Bergman)



Durante la rappresentazione dell'Elettra, l'attrice Elisabeth Vogler (Liv Ullman) sente un insopprimibile impulso al riso e successivamente si chiude nel mutismo.
Viene portata in un ospedale psichiatrico dove accertano che non è affetta da afasia, non ha alcun disturbo mentale né fisico: ha scelto, del tutto consapevolmente, di non proferire più parola.
La dottoressa dell'ospedale le propone di trasferirsi nella sua casa sulla costa per un periodo di riposo, affiancandole la giovane ed inesperta infermiera Alma (Bibi Anderson).
Tra le due donne inizia un rapporto ambiguo e simbiotico, a tratti conflittuale, in cui i due ego si confondono fino a fondersi.
Il titolo deriva dall'espressione latina Dramatis persona, che sta ad indicare la maschera usata dagli attori del teatro per amplificare la voce, ma che letteralmente significa parlare attraverso: in questo senso Alma è la dramatis persona di Elisabeth, tanto che la usa come il pupazzo di se stessa per unirsi al marito, il signor Vogler (Gunnar Bjornstrand).

Il film si apre con immagini forti, crude, surreali, inquietanti, metacinematografiche che vogliono spingerci con violenza all'interno della finzione a cui stiamo per assistere.
Il regista ci introduce nella mente dei personaggi, vuole farci capire come la vita sia un palcoscenico dove ognuno di noi è un attore che inscena la sua parte: non c'è nulla di vero, per noi ci sono solo ruoli fissi e tra noi una chiassosa incomunicabilità.
Elisabeth, ormai vuoto involucro di se stessa, non ne può più di interpretare il ruolo impostogli, l'unico con cui può comunicare con l'esterno, non ne può più di fingere di amare un figlio che non ama.
Alma ha, invece, una personalità più debole e malleabile. Si abbandona completamente ad Elisabeth, cerca, invano, di combattere la sua ostinazione al mutismo ricorrendo addirittura alle percosse prima di essere assorbita definitivamente nell'io dell'altra.
I volti in primo piano dominano la pellicola, in un'atmosfera fredda e asettica, si raccontano, palesano i loro tumulti interiori, la loro sensibilità nascosta. Sembrano non parlare tra loro, ma instaurare un dialogo, in particolare non verbale, direttamente con lo spettatore, lasciando che anch'esso finisca con il vedersi staccato dal proprio io ad osservarsi.



Alberto Moravia, nel recensire il film, ha prospettato quattro chiavi di lettura: psicologico-realista riguardante l'amore omosessuale della personalità debole che ama e della personalità forte che non ama; ideologico-simbolica per rappresentare la condizione dell'individuo nella cultura occidentale che può o interpretare un ruolo o tacere; filosofica, secondo la quale la condizione umana sarebbe dominata da angoscia e senso di colpa; sociologica, secondo la quale Bergman analizzerebbe in modo obiettivo la divisione in classi senza darne ragioni.



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Frasi del film:

Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. nello stesso tempo ti rendi conto dell'abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia. Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell'immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c'è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Non ti pare? Questo è ciò che si crede ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire. A nessuno importa sapere se le tue reazioni siano vere o false. Solo a teatro il problema si rivela importante e forse neanche lì. Io ti capisco, Elisabeth... e quasi ti ammiro. Secondo me devi continuare a recitare la tua parte fino in fondo finché essa non perda interesse, e abbandonarla così come sei abituata a fare passando da un ruolo all'altro.

Provo per te un affetto senza fine, un affetto impensabile. È un'angoscia avere in sé un affetto così immenso.

Nelle parole è la nausea, il dolore spasmodico, il vomito.

martedì 26 novembre 2013

Voglia di tenerezza - Terms of endearment




Aurora (Shirley McLaine) è rimasta vedova in giovane età ed è madre possessiva e apprensiva di Emma (Debra Winger). Il loro rapporto è spesso tormentato, ma simbiotico.
Madre e figlia hanno infatti due caratteri molto differenti: il rigido ed insofferente approccio alla vita di Aurora cozza spesso con la genuinità a tratti superficiale con cui Emma conduce le sue scelte di vita.
 Tra i vari motivi di contrasto, a predominare è quello del futuro marito di Emma, Flap, insegnate squattrinato con cui avrà in futuro tre figli e a causa del cui lavoro sarà costretta a trasferirsi in un'altra città.
Aurora non si è mai risposata e continua a rifiutare i suoi corteggiatori, finché al compimento dei suoi 50 anni, non cede alle avances del vicino Garreth (Jack Nicholson), un ex astronauta alcolizzato e donnaiolo, l'estremo opposto della rigida Aurora.
I due intrecciano una tenera relazione, ma Garreth, accortosi di quanto la donna tenga a lui, si spaventa perché non si sente ancora pronto a legarsi.
Nel frattempo, Emma, sospettando che il marito la tradisca con una sua allieva, inizia, senza passione, una relazione passeggera con un direttore di banca.
La scoperta di un tumore maligno di Emma, durante una visita di controllo, sarà la tragica occasione per riunire la famiglia e sanare le vecchie incomprensioni.
Garreth, ricevuta la notizia, si riavvicina ad Aurora, ormai consapevole di amare solo lei e di voler abbandonare la sua sterile esistenza da scapolo.

Un film che affronta il tema della malattia quasi in sordina. Protagonista è più la voglia di cambiamento di Aurora, il bisogno, che si era sempre negata, di avere qualcuno a cui affidarsi e di cui innamorarsi.
Il dolore che pervade l'ultima parte del film non scende nel patetico, ma resta sempre un flebile barlume di qualcosa di positivo oltre la sofferenza.
Una storia commovente, la cui riuscita è dovuta alla straordinaria interpretazione di Jack Nicholson e Shirley McLaine che è valsa ad entrambi l'oscar.
Il regista James L. Brooks stravolge e riadatta, a suo piacimento, il libro di Larry Mcmurty (premio Pulitzer e sceneggiatore da oscar de I segreti di Brokeback Mountain), inventando il personaggio di Garreth. Personaggio inizialmente cucito addosso a Burt Reynolds che rifiutò la parte, fruttando l'oscar a Jack Nicholson che ne otterrà un altro, vent'anni dopo, grazie allo stesso Brooks per la pellicola Qualcosa è cambiato.



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sabato 23 novembre 2013

Harry a pezzi


Harry Block è un acclamato scrittore, nevrotico, depresso, continuamente in analisi, facile allo scendere sempre più in basso per rovinarsi la vita.
La sua Università, da cui era stato cacciato, lo ha insignito di un premio, ma non ha nessuno che vuole accompagnarlo. Quindi: trova una prostituta e rapisce il proprio figlio, da cui è stato obbligato a tenersi lontano a causa dei suoi comportamenti e discorsi amorali.
La vita di Harry è a pezzi: il migliore amico gli ha "soffiato" l'unica ragazza di cui si fosse mai innamorato, su cui fantastica un romanzo su una dantesca discesa negli inferi; ha alle spalle tre matrimoni falliti per colpa della sua incontenibile tendenza al tradimento; i suoi familiari e le ex mogli ce l'hanno con lui perché usati come personaggi, dipinti in malo modo, nei suoi romanzi, spesso svelando i loro segreti.


I personaggi dei suoi libri, ne escono e raccontano le fasi della sua vita fino a quella che sta vivendo: il blocco dello scrittore, rappresentata, in modo geniale, da Mel (Robin Williams), un attore che improvvisamente si trova ad essere "fuori fuoco".
L'analisi e il viaggio verso l'Università faranno intrecciare realtà e letteratura, con esilaranti sequenze
che frammentano la psiche di Harry facendoci scendere nelle sue surreali
manie.

Divertente, dialoghi serrati, cinici, insomma il chiacchiericcio nervoso di Allen invade e conquista la scena.
Il topos del doppio viene esasperato: è uno nessuno e centomila.
Harry è ognuno dei suoi personaggi che lo proiettano nelle sue deliranti fantasie fino a giungere all'Inferno per riprendersi l'amata rapita da Larry-satana.
Allen scrive, interpreta, dirige, da sfogo alle sue paranoie in questo film senza apparente trama, confuso e frammentario che trascina a singhiozzi lo spettatore nell'inconscio turbinoso del protagonista, divertendolo.



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Frasi dal film:

- Sa, io vado a puttane... così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo "felici e clienti"

100 post- Un incontro con..


Vogliamo celebrare il nostro centesimo post con il racconto di un incontro particolare.
Il 12 e 13 novembre, al Teatro Lauro Rossi di Macerata, è andato in scena Lo zio Vanja di Anton Cechov, regia di Marco Bellocchio, con Michele Placido, Sergio Rubini, Anna Della Rosa.
Lo zio Vanja è tra i capolavori indiscussi di Cechov: il dramma si svolge nella tenuta in campagna di
Vanja (Sergio Rubini) e sua nipote Sonja (Anna Della Rosa). La loro vita rurale viene scossa dall'arrivo del vecchio professor Serebrjakov (Michele Placido), cognato di Vanja e padre di Sonja, e della bella e giovane seconda moglie Helene (Lidiya Liberman), di cui tutti si innamorano perdutamente.

La convivenza farà piombare tutti in uno stato di pigra indolenza che li porta all'esasperazione, fino a far uscire vecchi e segreti rancori.

Marco Bellocchio (definito dallo stesso Placido: registra teatrale e anticonformista) e la magnifica interpretazione degli attori sono riusciti a rendere quell'atmosfera sospesa, vagamente inquietante, quel sentimento abulico e in attesa di catastrofe dei personaggi che caratterizza l'opera.

Il legno chiaro che domina la scenografia sembra essere la trasposizione immaginifica dei sentimenti che aleggiano intorno ai protagonisti: indifferenti fuori, ma tumultuosi dentro.

Il 13, presso la Civica Enoteca Maceratese, il cast ha incontrato il pubblico. Noi eravamo lì.
Gli attori hanno raccontato come hanno vissuto l'interpretazione dei loro personaggi.
Una tra le cose più interessanti della conferenza, è stato apprendere che l'attrice che interpretava la balia (Maria Lovetti), è stata scelta dal regista perché attrice non professionista, proprio per dare al personaggio la naturalezza che cercava.
L'Enoteca, alla fine, ha offerto a tutti un calice di vino, dandoci la possibilità di parlare a tu per tu con gli attori.

Abbiamo iniziato da Michele Placido chiedendogli perché avessero scelto proprio Lo Zio Vanja: "Primo perché è un'opera che piace a tutti, agli attori e al pubblico. Poi perché è un dramma molto attuale. Basti pensare alle parole di Astrof (il medico, interpretato da Pier Giorgio Bellocchio) quando si lamenta della tendenza umana a distruggere tutto quanto, in particolare il loro habitat. Un discorso che era valido cent'anni fa, figuriamoci adesso!".


Ci siamo poi rivolti a Sergio Rubini, la cui commovente interpretazione ci ha colpito in particolare, e gli abbiamo chiesto come è stato entrare nelle pieghe di un testo come quello cechoviano e in un personaggio così complesso. "Non è che mi piaccia molto entrare in un personaggio così doloroso.
Certo il teatro è un'esperienza corale, forse nel cinema il personaggio è più tuo, te lo senti più addosso. E poi, prima di salire sul palco, non mi va mai!"
Emozionatissimi gli abbiamo detto di averlo rivisto ultimamente ne
L'intervista di Fellini, nel quale interpretava se stesso, allora ventenne: "Quella è stata una grande esperienza" e ci ha lasciati con una stretta di mano.
Purtroppo non siamo riusciti a complimentarci con Anna della Rosa- la ricorderete nel ruolo della "ragazza esangue" ne La Grande Bellezza di Sorrentino- davvero bravissima nel ruolo di Sonja.

venerdì 22 novembre 2013

Il sospetto



Lucas è un apprezzato insegnante in un asilo, è divorziato e ha un figlio (Marcus) che vede raramente.
Egli è un persona mite, ben inserita nel contesto sociale della sua comunità, adorato e rispettato dai colleghi e dai bambini ai quali insegna.
L'apparente armonia, però, viene prontamente interrotta quando, Klara (figlia di uno dei più cari amici di Lucas), confessa alla preside di aver subito molestie sessuali dal suo insegnante.
In realtà, l'unica "colpa" del protagonista, è stata quella di aver rifiutato un regalino da parte della bimba, e di non aver assecondato le sue eccessive richieste di attenzioni.
 La vicenda, si gonfia enormemente all'interno dell'asilo (all'inizio) per poi diffondersi tra i genitori dei bambini e all'interno dell'intera comunità alla fine.
Il germe del sospetto non risparmia praticamente nessuno e anche gli altri bambini, "vittime"dell'influenza dei propri genitori, iniziano a confessare abusi che in realtà non sono mai stati consumati.
Inizia, così, una feroce persecuzione nei confronti del protagonista: viene licenziato, abbandonato dagli amici e dalla nuova compagna, gli viene negato persino l'ingresso nei negozi, pena pestaggi o umiliazioni.
Il quadro di ipocrisia, moralismo esasperato ed accuse senza diritto di replica, è incorniciato da un'atmosfera natalizia che rende il tutto ancora più opprimente ed ansiogeno.
In questo contesto, viene messa in evidenza la condizione della vittima sacrificale, che affronta la sua situazione con dignità e determinazione nel dimostrare la sua innocenza.
Nel corso del processo a suo carico, emerge che le dichiarazioni rilasciate dai vari bambini sono confusionarie e discordanti (dichiarano il consumo di abusi nello scantinato della casa di Lucas, peccato che la casa di Lucas non abbia uno scantinato) a dimostranza dell'innocenza di Lucas. Anche Klara, alla fine, confessa che le sue parole erano frutto di fervida immaginazione.
 La pace sembra ristabilita e le amicizie rinnovate, ma solo apparentemente: la macchia del sospetto penderà per sempre sulla testa di Lucas; la scena di caccia nel finale ne è l'emblema.




Vinterberg ha il merito di confezionare  un ottimo film, sotto tutti i punti i vista; ha sopratutto il gran merito di vedere le cose da un'ottica differente: si tende infatti a vedere i bambini come oracoli di verità, innocenti e senza macchia; probabilmente, il più delle volte è vero, ma vanno anche loro considerati come esseri con le loro virtù ma anche piccoli vizi.
Nella sua precedente fatica cinematografica "Festen", invece, la prospettiva era ribaltata: era infatti un minore la vera vittima di abusi a non essere creduta dai propri genitori.

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sabato 16 novembre 2013

50/50

"Un tumore? Io? Ma non ha senso, dottore. Insomma non bevo, non fumo, faccio la raccolta differenziata!"


Il ventisettenne Adam (Joseph Gordon-Levitt), è un giornalista radiofonico, iper salutista, che convive con Rachael (Bryce Dallas Howard) una sfuggente pittrice senza talento.
Dopo una visita medica per dolori alla schiena, scopre di avere un neurofibroblastoma: un cancro maligno. Dovrà sottoporsi a dolorose sedute di chemio per ridurlo.
Da una ricerca su internet scopre che le possibilità di guarigione sono 50/50, da cui il titolo del film.
Adam cade in uno stato confusionale e passivo in cui cerca disperatamente di non abbandonarsi al dolore.
Scoperto il tradimento di Rachael, rimasta con lui solo per pietà, troverà supporto nel chiassoso amico Kyle (Seth Rogen), che usa il cancro dell'amico per rimorchiare, e nella giovane ed inesperta terapista, assegnatagli dall'ospedale, Katherine (Anna Kendrik). Con lei allaccerà una relazione anche al di fuori della terapia.
Durante la chemioterapia stringe amicizia con altri due pazienti, Alan e Mitch, più anziani di lui, ma più spensierati (gli offrono pasticcini d'erba per superare il dolore). Dopo la morte di Mitch, Adam si rende conto di dover fare i conti con la propria assillante paura di morire che tanto aveva cercato di arginare.
Il medico gli comunica che la chemio non ha avuto l'effetto sperato. L'unica possibilità di salvezza è una rischiosissima operazione dal quale può uscire guarito o morto: la speranza è ancora lasciata al 50 e 50.
Solo la sera prima dell'intervento, Adam riesce a dar sfogo a tutto il dolore e al terrore che aveva tenuto dentro.
Dopo ore di snervante attesa in sala d'aspetto, il chirurgo comunica ai cari l'esito dell'operazione.


Film che tocca un tema molto delicato in maniera brillante, basandosi su una storia vera: quella dello sceneggiatore Will Reiser.
Il regista, Jonathan Levine, riesce a mantenere un tono di commedia senza tuttavia renderlo un film leggero.
Anzi. Toccante e delicato, colpisce nel profondo e ci mostra come anche nella tragedia più nera, anche quando sembra non esserci via d'uscita, si possa trovare il sorriso e il coraggio di andare avanti grazie agli affetti più cari.
Riso e lacrime soffocate si alternano fino alla logorante attesa finale, senza scendere nel patetico.

L'interpretazione di Joseph Gordon-Levitt è commovente: trasmette egregiamente e in modo struggente, tutto il dolore e la strenua lotta contro l'abbandono alla disperazione.
Seth Rogen ben si adatta alla parte dell'amico politicamente scorretto e irriverente che cerca di nascondere la profonda sofferenza dietro sbronze e ragazze, pensando così di aiutare al meglio Adam.
Notevole anche il resto del cast, in particolare Angelica Huston nel ruolo della madre apprensiva del protagonista.
Bella e azzeccata la colonna sonora, memorabile l'emozionante High and Dry dei Radiohead.


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Frasi del film:

- Un tumore? Io? Ma non ha senso, dottore. Insomma non bevo, non fumo, faccio la raccolta differenziata!

- Tutti ti dicono frasi tipo "starai meglio", "non preoccuparti", "va tutto bene". Non è così. 

- Non puoi cambiare la situazione, ma puoi cambiare solo il modo in cui decidi di affrontarla.

- Pensi che una ragazza starebbe con me solo perché ho il cancro? - Per la millionesima volta: sì!


giovedì 14 novembre 2013

Romeo+Giulietta

In una surreale Verona contemporanea, rivivono gli sfortunati amanti shakespeariani Romeo(Leonardo Di Caprio) e Giulietta (Clare Danes).
La guerra tra Montecchi in camicia hawaiana e Capuleti in eco-pelle deflagra per le strade con sparatorie all'ultimo sangue. L'odio fa da contraltare alla religiosità esasperata e ostentata in tatuaggi ed effigi anche sulle stesse armi.
Romeo, giovane poeta infatuato di Rosalina, viene convinto dall'amico Mercuzio a partecipare, in incognito, al ballo in maschera nella reggia dei Capuleti. Tra i fumi degli stupefacenti intravede Giulietta e se ne innamora perdutamente. Poi la storia la conosciamo: matrimonio, esilio, morte presunta e suicidio finale.
Narratore della tragedia è uno speaker televisivo.
La famosa scena del balcone viene trasposta in una suntuosa piscina e il loro fulmineo matrimonio celebrato da un prete fricchettone, tatuato e esperto di veleni.
Verona è ricostruita come un teatro barocco sulla spiaggia.
Le scenografie di Baz Lurman sono inconfondibili. Nessun limite è posto all'eccesso e tutto è in una combinazione antitetica: i colori chiassosi, la musica assordante e la volgarità degli altri personaggi cozzano con le parole e gli atteggiamenti eterei dei due giovanissimi protagonisti, faro di purezza nel degrado kitsch.
Le inquadrature sono ora scattose ora lente ora turbinose, a tratti da capogiro.
Nessun dettaglio è lasciato al caso: ad esempio i negozietti sulla spiaggia riportano frasi o titoli di opere shakespeariane.
La vetta del pathos si consuma su un altare circondato da candele, pizzi e una melodia melensa.


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lunedì 11 novembre 2013

Giulietta degli spiriti (Federico Fellini)

"Tutta la mia vita è piena di gente che parla, parla, parla. 

Andatevene! Fuori tutti di qui!"



Giulietta (Giulietta Masina), borghese timida e remissiva, mentre trascorre la pigra estate nella sua opulenta villa di Fregene insieme allo sfuggente marito Giorgio, viene assalita da ambigue visioni che turbano la sua fragilità, e dal tarlo del dubbio dell'infedeltà del consorte.

Sono gli spiriti della sua interiorità che le si manifestano sotto forma di chiassosi personaggi da circo tra i quali spicca, in particolare, una conturbante donna che ha le sembianze di una ballerina (Sandra Milo) con cui scappò anni prima suo nonno.
La nuova vicina tenterà di scuotere Giulietta dalla castità ovattata del mondo borghese in cui è cresciuta, sospesa tra il perbenismo bigotto e l'assatanato erotismo delle sue visioni.

La falsità e il bigottismo travolgono anche gli affetti familiari della protagonista che non può che affidarsi ai suoi spiriti e abbandonarsi finalmente alle pulsioni più recondite.

Il genio felliniano crea una funambolica architettura di entità materiali e immateriali che corrono qua e là affollando i turbamenti incontrollati di Giulietta derivanti da un latente cattolicesimo che censura come tentazione ogni desiderio non canonizzato.
I colori accesi, forti, detonano sulla scena, creando un caleidoscopio delirante di surrealismo che è trasposizione di quel sottile e offuscato momento in bilico tra sogno e veglia.
Un poema onirico, di evasione dalla claustrofobica falsità del mondo borghese.
Il classico bianco e nero, del quale il regista si era sempre servito, cede il testimone all'esplosione di colori, funzionale a rendere ancor più allucinati gli spiriti di Giulietta.


Anno: 
 1965
Pellicola: 
 colore
Durata: 
 120 min
Produzione: 
 Federiz (Roma), Francoriz (Paris)
Distribuzione: 
 Cineriz
Visto censura: 
45733 23/09/1965

Premi:
1965

- Nastro d'argento per miglior attrice non protagonista

1965-1966

- Nastro d'argento per miglior fotografia a colori- Nastro d'argento per miglior scenografia- Nastro d'argento per migliori costumi- David di Donatello per miglior attrice


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domenica 10 novembre 2013

I'm not there - Io non sono qui

"Mi sveglio e sono una persona, quando vado a dormire so per certo che sono un altro."
Questa la frase di Bob Dylan a cui il regista Todd Heynes dice di essersi ispirato per la realizzazione del film.
Una caleidoscopica ed enigmatica biografia del grande cantautore americano che non viene mai nominato, ma compare solo alla fine del film con un assolo di fisarmonica da brividi. Un biopic esistenziale ed artistico che non tenta di ricostruire linearmente la vita di questo grande artista, ma scinde  l'essenza della sua personalità in sei personaggi rappresentanti le diverse fasi della sua vita: il poeta, il profeta, il vagabondo, il fuorilegge, l'imbroglione, la rockstar.
Woody Guthrie, Marcus Carl Franklin, è un ragazzino di colore di undici anni perennemente in fuga, ispirato alle avventurose autobiografie inventate da Dylan per creare un alone di mistero attorno a sé.
Jack Rollins icona del folk e John il pastore (riferito alla fervente conversione di Dylan al cristianesimo) entrambi interpretati da Cristian Bale.
Billy The Kid, Richard Gere, riferimento alla partecipazione di Dylan, auto definitosi un "emarginato fuorilegge", al film "Pat Garreth and Billy The Kid" di Sam Peckinpah.
Robbie Clark, Heath Ledger, un attore che interpreta Jack Rollins in un film biografico. Rappresenta il Dylan di Blood on the Tracks quando stava divorziando dalla moglie Sara Lownds.
Artur Rimbaud, Ben Whishaw, personificazione dell'influenza del poeta maledetto francese sui testi delle sue canzoni.
E, infine, Jude Quinn, l'androgina Cate Blanchett che interpreta la svolta rock del cantautore.
Sei personaggi, sei attori in stato di grazia tra i quali spicca Cate Blanchett strepitosa nella somiglianza, nella voce, nelle movenze. Con la sua interpretazione ha ottenuto la Coppa Volpi a Venezia, il Golden Globe e la candidatura all'Oscar come miglior attrice protagonista.
Il colore è alternato meravigliosamente al bianco e nero in un armonia che fa entrare e uscire lo spettatore nelle emozioni variopinte e oscure dell'artista.
Il titolo I'm not there è tratto da una delle più belle canzoni di Dylan, mai pubblicata: un brano fantasma per un film fantasma.
Un film cinefilo pieno di rimandi cinematografici, infatti, il regista ha dichiarato di essersi ispirato per ogni fase della vita di Dylan ad un classico del cinema.
Ad esempio, la parte interpretata da Cate Blanchett è ispirata al film di Fellini "Otto e mezzo"; l'episodio interpretato da Heath Ledger al film di Jean-Luc Godard "Il maschio e la femmina".
Il ragno che viene proiettato più di una volta sulle pareti, altro non è che un riferimento preciso al romanzo dello stesso Dylan Tarantula.
Neanche lo spettatore è più lì dov'è seduto, ma è nella miscela perfetta di cinema e musica e poi di nuovo lì sul divano o sulla scomoda sedia di un (presunto) cineforum. Io ero proprio lì quando lo vidi per la prima volta. Devo confessare il mio sconcerto quando ho visto alzarsi, a metà film, gran parte della sala che lo trovava eccessivamente complesso, lento, senza prevedibile scopo.
Io ho apprezzato proprio quello che ha fatto allontanare gli altri.
Film del tutto fuori dal comune, una rara esperienza percettiva ed emotiva.



Frasi dal film:

- Caos, orologi, cocomeri, c'è di tutto qui.

- Sette semplici regole per vivere alla macchia: 1. mai fidarsi di uno sbirro con l'impermeabile; 2. attenzione all'amore e all'entusiasmo, sono temporanei e facili a fluttuare; 3. quando ti chiedono se ti importa dei problemi del mondo guarda profondamente negli occhi chi te lo chiede: non te lo chiederà di nuovo; 4. e 5. E se ti viene detto di guardare te stesso... non guardare mai; 6. mai fare o dire qualcosa che la persona davanti a te non può capire; 7. mai creare niente verrà male interpretato ti incatenerà e ti seguirà per tutta la vita.

- L'amore e il sesso sono due cose che sconvolgono le persone, non capisco perché, non lo capirò mai fino in fondo

- Nessuno verrà mai convertito da una canzone. Non c'è canzone di Phil Ochs che manterrà un movimento in movimento o un picchettatore a picchettare, le sue canzoni sono atti di coscienza personale, come bruciare una cartolina di leva o bruciare se stessi, non fa un accidenti di niente, tranne dissociare te e il tuo pubblico da tutti i mali del mondo e io rifiuto di essere dissociato da quelli.

- Io non sono fatalista. Gli impiegati sono fatalisti, i cassieri sono fatalisti, io sono un agricoltore, chi ha mai sentito di un agricoltore fatalista?

- Da me vogliono solo canzoni puntadito, ed io ho solo dieci dita.


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Ginger e Fred (Federico Fellini)





In una Roma prossima al Natale, affollata da grotteschi cartelloni pubblicitari e zamponi alti due metri che girano come kebab , vengono riesumati per una trasmissione televisiva  due ex ballerini di tip-tap Pippo Boticella (Marcello Mastroianni) ed Amelia Bonetti (Giulietta Masina), conosciuti e rinominati negli anni '40 come Ginger e Fred.

I due, i quali un tempo erano una coppia anche fuori dallo schermo, non si vedevano ormai da decenni e le loro vite avevano preso strade differenti.
La non troppo attesa "reunion"avviene, appunto, grazie ad un programma specializzato nello scovare vecchie glorie finite nel dimenticatoio, fenomeni da baraccone (il fraticello volante), sosia e nani ballerini.
L'attesa per l'esibizione è la vera protagonista del film, mentre, i due grandi "ex", si muovono come fantasmi anacronistici dietro le quinte, riprovando con difficoltà la coreografia che li aveva resi celebri in passato; non senza rancori e malinconia.

Dopo che, ad uno ad uno, gli altri personaggi si esibiscono come agnelli sacrificali toccherà poi allo storico duo ricalcare il palco a passo di tip tap.
In procinto dell'esibizione, però, cala il buio sul palco a causa di un guasto e Fred nauseato dallo squallore del programma propone a Ginger di andersene come ne erano arrivati: dall'oscurità.
Mentre stanno per abbandonare il palco, però, l'assordante luce dei riflettori torna ad abbagliare le fattezze senili dei due ballerini, che concederanno un'ultima esibizione prima di tornare (separati) tra i fantasmi dimenticati del loro tempo.

In questo film di Fellini (uno degli ultimi), vengono trattati temi come l'esasperato consumismo (palesato nei vari cartelloni), l'ingratitudine verso il passato e di chi ne faceva parte, il tutto condito con un velo di malinconia.
C'è da dire, però, che il film scorre in maniera tutto sommato leggera, a tratti anche divertente.
Il regista riesce a trovare la poesia dove regna la volgarità e il sarcasmo.
Gran parte del merito della buona riuscita del film va ricondotta anche ai bravissimi Marcello Matroianni (sublime nell'interpretare un perdente, ma dal retrogusto sublime e poetico)  e Giulietta Masina, perfettamente a loro agio nel ruolo di Ginger e Fred. 
In conclusione, un film meno altisonante e famoso rispetto alle precedenti fatiche di Fellini, ma non per questo meno profondo ed emozionante.


Frasi dal film:

-Non c'è più nessun dubbio ormai che discendiamo dalle scimmie. Il guaio è che non siamo più capaci di risalire fino a loro.

-Non credo che avremo ancora l'occasione di ballare insieme.

- Amelia, ma che cosa siamo venuti a fare qui? Ma siamo stati proprio due matti…

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Looper


2044. Kansas. Il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato, ma di lì a trent'anni sarà possibile farlo. Verrà immediatamente dichiarato illegale. Solo le più grandi organizzazioni criminali del futuro lo utilizzeranno per uno scopo ben preciso.
Nel futuro è impossibile far sparire un cadavere, quindi la criminalità organizzata spedisce indietro nel tempo le sue vittime.
Qui entra in gioco il protagonista. Joe è il più giovane e arrogante tra i looper che crede che il killer sia un lavoro come un altro per evitare la miseria.
I looper sono sicari che si occupano di far fuori le persone che gli si materializzano davanti legate e incappucciate, far sparire il loro cadavere e incassare i lingotti d'argento. Unica regola: mai farsi sfuggire il bersaglio, pena la morte.
Viaggiare nel tempo è un crimine talmente grave che i cattivi del futuro devono far sparire ogni traccia, compreso il looper che si vede arrivare, ad un certo punto il suo se stesso proveniente dal futuro, incassa i lingotti, d'oro per l'occasione, e si gode la vita per altri trent'anni, poi, a sua volta, verrà rimandato indietro e ucciso dal se stesso del passato.
Generando un infinito "loop".
Un giorno a Joe scappa un obiettivo: il Joe del futuro che vuole uccidere, ancora infante, colui che nel futuro sta creando il terrore e chiudendo tutti i "loop" prima del tempo (cioè mandando indietro i looper del 2072 per essere uccisi dai loro stessi del 2044).
Joe dovrà fare i conti con la mafia con se stesso e con il proprio futuro.
Una distropia con atmosfere grigie e una città fatta di baraccopoli e grattacieli, non eccessiva, anzi piuttosto realistica, dove la legge la fa chi è armato, scandita dal ticchettio costante dell'orologio d'oro di Joe.
Thriller fantascientifico coinvolgente e non banale che tocca un argomento che ci affascina da sempre: il viaggio nel tempo e le sue conseguenze.
Si incardina, senza uniformarvisi, nel lungo filone cinematografico innescato dal libro di Herbert George Wells "La macchina del tempo" del 1895.
Cosa succederebbe se potessimo tornare indietro e modificare il nostro presente? Se avessimo la possibilità di uccidere un Hitler bambino? O non saremmo forse noi a creare il disastro nel futuro con quella che crediamo un'azione necessaria per il bene dell'umanità? Siamo veramente noi a decidere?

La matassa si snoda poco a poco creando una climax ansiogena che non si ferma neanche alla fine.
Solo Fantascienza? Sì, ma non troppo. Non fosse che il viaggio nel tempo teorizzato dalla fisica contemporanea sia possibile solo verso il futuro: basterebbe solo una tecnologia capace di farci superare la velocità della luce e di creare degli stabili warmholes.


Qui si viaggia verso il passato: ci porta alla mente il paradosso del nonno e tutte le sue implicazioni che innescano in noi una curiosità morbosa.
Il regista Rian Johnson dice di aver scritto la parte di Joe proprio per il suo attore preferito Joseph Gordon-Levitt che infatti rende egregiamente. Le quasi tre ore al giorno di trucco hanno reso il suo viso da eterno ragazzino quasi irriconoscibile e affine a quello di Bruce Willis come sempre a suo agio negli "sparatutto".
Anche Emily Blunt adatta al suo ruolo di chiave di volta della vita di Joe.
Quentin Tarantino ha dichiarato che Looper è tra i suoi (pochi) film preferiti del 2012.



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sabato 9 novembre 2013

Midnight in Paris

"Mi chiedo come possa qualcuno realizzare un libro, un dipinto, una sinfonia o una scultura che competa con una grande città. Non ci si riesce, ci si guarda intorno e ogni strada, ogni boulevard sono una speciale forma d'arte e quando uno pensa che nel gelido, violento, insignificante universo esiste Parigi, esistono queste luci...da lassù nello spazio uno può vedere queste luci, i caffè la gente che beve e che canta..per quanto ne sappiamo Parigi è il posto più cool dell'universo!"
La città più romantica del mondo è protagonista della pellicola insieme a Gil Bender(Owen Wilson), sceneggiatore nevrotico e melanconico, in vacanza con la ricca e viziata fidanzata Inez(Rachel McAdams) e i futuri suoceri.
Non ne può più di fare lo "scribacchino" di Hollywood, vorrebbe mollare tutto e trasferirsi nella città dei suoi sogni per dedicarsi alle sue aspirazioni letterarie, nonostante Inez faccia di tutto per scoraggiarlo.
A passeggio per la città in cerca di ispirazione per il suo libro, allo scoccare della mezzanotte, Gil si vede offrire un passaggio su una macchina d'epoca sbucata all'improvviso.
Quell'auto lo trasporta in un posto magico: la Parigi dei ruggenti anni '20.
In un attimo vede realizzarsi il suo sogno impossibile: vivere in quella che considera l'età dell'oro e, soprattutto, avere la possibilità di dialogare con i suoi idoli di sempre: la génèration perdue.
Francis Scott Fitzgerald con la sua irrequieta moglie Zelda, Cole Porter che suona Let's Do It alle loro feste, Ernest Hemingway che gli da consigli fraterni e lo presenta alla grande Gertrude Stein (Kathy Bates) che lo aiuterà nella stesura del suo libro, Pablo Picasso e la sua belle amante Adriana (Marion Cotillard) di cui Gil si innamora perdutamente.
Ogni notte, a mezzanotte, Gil entra in quel mondo relegato nel mito, in quell'olimpo artistico da cui non vorrebbe mai uscire. Finché una sera, dopo l'ennesima festa (surrealista), si ritroverà con Adriana su una carrozza che li conduce in quella che è per lei, donna dei roaring, l'età dell'oro: la belle époque.
Solo davanti alla volontà di Adriana di restare allo sfavillante Maxim's ottocentesco insieme ai vari Gauguin, Degas, Toulouse Lautrec, si rende conto che vivere nell'esaltazione del passato è come vivere sotto l'inebetente effetto di un anti-depressivo.
È tempo di uscire dal brumoso stato onirico ed affrontare la realtà, prendere le redini della sua vita e passeggiare per i piovosi boulevard parigini, finalmente libero di essere chi ha sempre voluto essere.

Woody Allen si innamora delle grandi città e le celebra con la sua arte.
Ogni film è una dichiarazione d'amore per i suoi luoghi del cuore: New York (Manhattan) e Venezia (Everybody says I love you) su tutte.
Parigi è una sinfonia di colori, suoni, follie, pura poesia architettonica e atmosferica. Sembra che lì tutto possa accedere, anche spostarsi liberamente da un epoca all'altra: basta entrare in un bistrot, un vicoletto ed ecco esplodere la magia.
La colonna sonora ben scelta (Allen è egli stesso musicista jazz) che accompagna i personaggi tra le vie parigine coinvolge e lascia addosso una sensazione di beata pienezza.
I dialoghi taglienti (da Oscar) sono una continua citazione che sa divertire con arguzia.
Chi ama Hemingway e Fitzgerald, il trio surrealista Dalì - Buñuel - Man Ray, Cole Porter, non può non amare questa pellicola.
Il lettore sognante si ritrova immediatamente nei panni di Gil e prova le sue stesse emozioni a vedere parlare i suoi amati scrittori.
L'incessante Festa mobile si scatena dinanzi allo spettatore.
Allen piega lo spazio-tempo per proiettarci in un mondo ovattato fatto di feste, luci e bistrot affollati da intellettuali e artisti, dove si cammina esclusivamente a ritmo di charleston e l'unica preoccupazione sembra essere come organizzare la festa della sera dopo.

venerdì 8 novembre 2013

The Truman Show


"Buongiorno! E casomai non vi rivedessi buon pomeriggio, buona sera e buonanotte!"
In una cittadina dagli squillanti colori pastello in stile soap, con abitanti dal sorriso sempre pronto e smagliante, vive Truman.
Egli è il prototipo dell'uomo senza qualità dell'era della televisione che conduce una vita routinaria senza troppe domande che lo fa muovere come un manichino su un plastico.
Ma la sua vita perfetta altro non è che un grande spettacolo televisivo orchestrato dall'emblematico regista Christof che ha strappato l'inconsapevole Truman dal ventre materno e lo ha reso la principale attrattiva di milioni di famiglie americane teledipendenti.
Una serie di flashback guidano gli spettatori nella mente dell'ignaro protagonista del reality che inizia ad affollarsi di dubbi.
Sin da bambino, ogni sua allusione al viaggiare e conoscere il mondo era stata inibita da traumi indotti, tra i quali la morte del (finto) padre in mare, che lo hanno reso un adulto pieno di paure ataviche.
Una serie di ritmiche coincidenze lo portano a coltivare il seme del dubbio sull'innaturalezza della sua esistenza, impiantatogli per la prima volta da una misteriosa ragazza portatagli via all'improvviso.
Sembra, così, scorgere all'orizzonte le sbarre della sua gabbia dorata fatta di amori ed amicizie studiate a tavolino, tra i cui gesti melliflui non mancano allusioni a prodotti da pubblicizzare.
Alla fine il logorante dubbio si trasforma in una lucida certezza che lo spinge a sfidare il suo piccolo dio televisivo.
La linea che divide il burattino dall'uomo passa attraverso una sorta di rito di iniziazione: il superamento della sua immobilizzante fobia per il mare.
Il suo anelito di libertà lascerà tutti i telespettatori, finti e non, con il fiato sospeso.

La realtà non c'è più o meglio c'è, ma non è più là dove crediamo che sia.
Infatti,  dove siamo convinti vi sia la realtà, c'è solo un grande artificio televisivo.
Il film, uscito nel 1998 (quindi prima dell'impazzare dei vari Big Brother), cela una profezia su quello che sarebbe accaduto.
Il regista Peter Weir e lo sceneggiatore Andrew Nicol sembrano suggerirci che ormai nessuno più pensa quello che vede ma tutti vediamo quello che già pensiamo: se pensiamo di vivere nella realtà non vediamo gli indizi che potrebbero mettere in dubbio la nostra convinzione.
Vediamo solo quello che vogliamo vedere e non abbiamo voglia di strapparci dagli occhi l'ottenebrante Velo di Maya.
Siamo tutti protagonisti di una grande allucinazione collettiva, comoda e confortante, senza voglia di scorgere cosa c'è oltre la grotta.

Film che segna l'esordio di Jim Carrey in un ruolo drammatico: plasma il suo talento ridanciano e grottesco al servizio del pathos e della tragedia.
Per facilitargli l'immedesimazione, Peter Weir ha obbligato la troupe a non fare battute o allusioni
alle precedenti fatiche cinematografiche di Jim Faccia di Gomma.
La sua interpretazione risulta convincente in modo commovente.
Incarna quella che è un po' la nostra condizione di uomini in bilico tra il decolpevolizzante e rassicurante copione impostoci e i turbamenti ulissiaci che attanagliano il nostro animo più intimo.
Il suo sporgersi sull'abisso nero dell'ignoto ci spinge a chiederci dove sono gli spettatori che guardano la soap? Altrove o nella finzione? E noi, dove siamo?
Siamo tutti Truman e Truman è tutti noi.



Frasi dal film:

Non troverete nulla in lui che non sia veritiero, non c'è copione, non esistono copie; non sarà sempre Shakspeare ma è autentico: è la sua vita.

- Non ti viene mai il prurito ai piedi, l'ansia di partire?

- Credo che Truman sia il primo neonato adottato da un network. 


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martedì 5 novembre 2013

Big Wednesday - Un mercoledì da leoni



Sulle assolate spiagge della California, tre amici inseparabili sono alla ricerca della grande onda.
Matt, il campione, Jack, quello con la testa a posto e Leroy, lo spaccatutto vivono al massimo la loro giovinezza tra feste, sbronze, ragazze e soprattutto il surf. Vivono per quel senso di libertà che si prova quando ci si sente padroni di quel colosso incontrollabile che è il mare, sul quale le magistrali inquadrature di John Milius fanno planare anche noi.
Gli anni '60 esplodono in ogni cosa. Ma la bella gioventù non è fatta per durare per sempre.
A frenare il loro divertimento arriva la chiamata alle armi.
I "ragazzi delle spiaggia" fanno di tutto per scamparla. Solo Jack si arruola accettando passivamente quello che considera un dovere.
Dopo il Vietnam niente è più come prima.
Si rincontreranno quando un epica mareggiata colpirà le loro spiagge dandogli la possibilità di vivere il loro Big Wednesday.
Un film che al di là dell'amicizia, dello sport che unisce e della disperazione giovanile davanti a quel disastro che fu il Vietnam, tratta di quel difficile e oscuro passaggio dalla giovinezza all'età adulta. Personificazione di questo disagio è Matt che, nonostante la paternità, non riesce a rassegnarsi alla maturità: vive alla giornata, si ubriaca, non ha un lavoro stabile, cerca e ricerca nelle onde la gioventù perduta.
In lui si affollano tutti i turbamenti e le angosce della linea d'ombra conradiana.
La linea d'ombra è la paura di non farcela, di non sentirsi all'altezza del compito, che la vita impone quando il tempo dei giochi e delle schermaglie giovanili volge al termine, è la paura di sbagliare e della sorte avversa sempre in agguato.
La tempesta che si abbatte sulle coste alla fine del film è metafora del tumulto che si scatena nel profondo dell'animo umano. I tre intrepidi amici vi si gettano e grazie ad essa si rivela la loro forza, il loro coraggio, la tenacia, uniche qualità in grado di condurli al di là della linea d'ombra, nella nuova vita che li attende, quella della maturità finalmente conquistata.
A segnare definitivamente questo passaggio è proprio colui che più di tutti non voleva rassegnarvisi: Matt che regala la sua tavola, persa in mare, al ragazzo che gliela rende. 

sabato 2 novembre 2013

A good year - Un'ottima annata

“Allora cosa decidi? I soldi o la tua vita?”
Max Skinner è uno spietato broker della City, niente più che una cinica macchina da soldi che sembra aver dimenticato le proprie radici e l'essenza del vivere, finché una lettera non gli annuncia la morte del suo unico affetto: il vecchio zio Henry.
Figurando come unico erede, è costretto a lasciare, a malincuore, i propri affari e a partire alla volta della Provenza per gestire le questioni legate all'eredità dello zio: le vigne della tenuta Château La Canorgue, scrigno della sua infanzia.
L'arrivo della presunta figlia di Henry e l'incontro con la splendida Fanny Chenal fanno traballare i suoi progetti di vendita.
I profumi e i colori di quei luoghi incantati e sospesi, lo portano indietro nel tempo e gli fanno riscoprire il sé stesso che aveva dimenticato lì e i veri piccoli piaceri della vita: l'odore del mosto, l'immersione nel silenzio e nella tranquillità, l'impressione di vivere dentro un Van Gogh, la gioia delle relazioni umane genuine e lo sconosciuto per eccellenza: l'amore.
Tornato a Londra il suo capo, così avido da tenere un Van Gogh originale chiuso in una cassaforte (lo stesso quadro che campeggia nel bistrot della bella Fanny), lo metterà davanti ad una scelta fondamentale.
Russel Crowe si spoglia della scintillante armatura insanguinata del Gladiatore per entrare con charme in più distese camice pastello. Marion Cotillard leggera e delicata ma anche malinconica e determinata. Albert Finney intenerisce e diverte.
Si muovono nelle scene come a passo di danza.
Ambientazione lontana da quelle care a Ridley Scott: il sole accecante, in luogo delle consuete opprimenti nebbie che tornano solo per incupire Londra, domina la scena.
Una romantica pioggerellina culla sottesi sentimenti, quei sentimenti che si provano quando si osservano goccioline leggere bagnare i vetri di un ozioso e spensierato pomeriggio domenicale.
Un film forse non apprezzabile da tutti a causa di quella che sembra la solita retorica su soldi e vanaglorie che ci allontanano dalla vera felicità. Considerazione che non scalza del tutto la sua efficacia evocativa, come quella che si trae da un quadro impressionista, se pur visto e rivisto.
Scorrevole e godibile, da gustare dopo essersi spogliati delle ottenebranti lenti dell'indifferenza.


Citazioni dal film

Il segreto della ricchezza, mezzeseghe, è uguale al segreto della comicità: i tempi!

Quando trovi qualcosa di buono, Max, devi coltivarlo, devi lasciare che cresca

Allora, cosa decidi? I soldi o la tua vita?

Questo posto non si adatta alla mia vita. No. è la tua vita che non si adatta a questo posto.

Max ti ho mai detto perché fare il vino è per me fonte di grande piacere? Io amo fare il vino perché questo nettare sublime è semplicemente incapace di mentire,vendemmiato presto o tardi non importa, il vino ti bisbiglierà in bocca sempre con completa e imperturbabile onestà ogni volta che ne berrai un sorso.

- Pardonne mes lèvres, elles trouvent du plaisir dans les endroit les plus inattendus.

Vorrei passare tutta la vita con una dea irrazionale e sospettosa, con un assaggio di gelosia furibonda come contorno, e una bottiglia di vino che abbia il tuo sapore e un bicchiere che non sia mai vuoto.
Trailer



In pillole:

Regista: Ridley Scott

Attori principali: Russel Crowe, Marion Cotillard, Abbie Cornish, Didier Bourdon, Tom Hollander.

Durata: 118 min.

USA 2006



venerdì 1 novembre 2013

La Grande Bellezza



Roma. Jep Gambardella è scrittore di un “giornale colto, letto da gente colta” e autore di unico romanzo, “L'apparato umano”,  che lo ha consacrato nell'olimpo del jet set “de' noantri”.
L'avanzare dell'età e l'incontro con personaggi estranei al suo mondo gli fanno guardare alla sua esistenza effimera in modo diverso, descrivendola da autore disincantato del suo stesso disfacimento.
Scruta, subisce e scompone la sua vita decadente, le miserie e la vacuità delle persone che la popolano.

Un viaggio all'interno e all'esterno dell'io narrante e della struggente magnificenza della città eterna che lo ospita, l'altra vera protagonista, una bella donna che cerca di nascondere il suo eterno appassire.
Un viaggio alla ricerca della grande bellezza, non trovata.
Una foto scolorita, malinconica, il nulla, un nulla eterno.

Tony Servillo cattura e affascina con la sublime naturalezza con la quale fa suo Jep.
Abbastanza calzanti, in ruoli inconsuetamente drammatici, Sabrina Ferilli, dietro le cui sinuosità si scorge il mistero che porta con sé, e Carlo Verdone, custode dei fragili sogni di trionfo, destinati a sgretolarsi, dei comuni mortali.


Citazioni dal film

    - A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: "La fessa". Io, invece, rispondevo: "L'odore delle case dei vecchi".
    La domanda era: "Che cosa ti piace di più veramente nella vita?"
    Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella

    - Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. io non            volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire!
    - La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.
    - Sono belli i trenini che facciamo alle feste, vero? Sono i più belli del mondo... perché non vanno da nessuna parte.

    - Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.


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