venerdì 29 novembre 2013

Persona (Ingmar Bergman)



Durante la rappresentazione dell'Elettra, l'attrice Elisabeth Vogler (Liv Ullman) sente un insopprimibile impulso al riso e successivamente si chiude nel mutismo.
Viene portata in un ospedale psichiatrico dove accertano che non è affetta da afasia, non ha alcun disturbo mentale né fisico: ha scelto, del tutto consapevolmente, di non proferire più parola.
La dottoressa dell'ospedale le propone di trasferirsi nella sua casa sulla costa per un periodo di riposo, affiancandole la giovane ed inesperta infermiera Alma (Bibi Anderson).
Tra le due donne inizia un rapporto ambiguo e simbiotico, a tratti conflittuale, in cui i due ego si confondono fino a fondersi.
Il titolo deriva dall'espressione latina Dramatis persona, che sta ad indicare la maschera usata dagli attori del teatro per amplificare la voce, ma che letteralmente significa parlare attraverso: in questo senso Alma è la dramatis persona di Elisabeth, tanto che la usa come il pupazzo di se stessa per unirsi al marito, il signor Vogler (Gunnar Bjornstrand).

Il film si apre con immagini forti, crude, surreali, inquietanti, metacinematografiche che vogliono spingerci con violenza all'interno della finzione a cui stiamo per assistere.
Il regista ci introduce nella mente dei personaggi, vuole farci capire come la vita sia un palcoscenico dove ognuno di noi è un attore che inscena la sua parte: non c'è nulla di vero, per noi ci sono solo ruoli fissi e tra noi una chiassosa incomunicabilità.
Elisabeth, ormai vuoto involucro di se stessa, non ne può più di interpretare il ruolo impostogli, l'unico con cui può comunicare con l'esterno, non ne può più di fingere di amare un figlio che non ama.
Alma ha, invece, una personalità più debole e malleabile. Si abbandona completamente ad Elisabeth, cerca, invano, di combattere la sua ostinazione al mutismo ricorrendo addirittura alle percosse prima di essere assorbita definitivamente nell'io dell'altra.
I volti in primo piano dominano la pellicola, in un'atmosfera fredda e asettica, si raccontano, palesano i loro tumulti interiori, la loro sensibilità nascosta. Sembrano non parlare tra loro, ma instaurare un dialogo, in particolare non verbale, direttamente con lo spettatore, lasciando che anch'esso finisca con il vedersi staccato dal proprio io ad osservarsi.



Alberto Moravia, nel recensire il film, ha prospettato quattro chiavi di lettura: psicologico-realista riguardante l'amore omosessuale della personalità debole che ama e della personalità forte che non ama; ideologico-simbolica per rappresentare la condizione dell'individuo nella cultura occidentale che può o interpretare un ruolo o tacere; filosofica, secondo la quale la condizione umana sarebbe dominata da angoscia e senso di colpa; sociologica, secondo la quale Bergman analizzerebbe in modo obiettivo la divisione in classi senza darne ragioni.



Trailer:




Frasi del film:

Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. nello stesso tempo ti rendi conto dell'abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa e provoca quasi un senso di vertigine, un timore di essere scoperta, di vederti messa a nudo, smascherata, riportata ai tuoi giusti limiti. Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto falsità, ogni sorriso una smorfia. Qual è il ruolo più difficile? Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso. Meglio rifugiarsi nell'immobilità, nel mutismo, così si evita di dover mentire, oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c'è bisogno di recitare, di mostrare un volto finto o fare gesti non voluti. Non ti pare? Questo è ciò che si crede ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire. A nessuno importa sapere se le tue reazioni siano vere o false. Solo a teatro il problema si rivela importante e forse neanche lì. Io ti capisco, Elisabeth... e quasi ti ammiro. Secondo me devi continuare a recitare la tua parte fino in fondo finché essa non perda interesse, e abbandonarla così come sei abituata a fare passando da un ruolo all'altro.

Provo per te un affetto senza fine, un affetto impensabile. È un'angoscia avere in sé un affetto così immenso.

Nelle parole è la nausea, il dolore spasmodico, il vomito.