venerdì 14 marzo 2014

Gravity - Alfonso Cuaron


L'ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock), alla sua prima missione spaziale, sta installando un nuovo congegno al telescopio Hubble insieme all'affascinante veterano Mattew Kowalski (George Clooney), quando quella che doveva essere una passeggiata spaziale di routine si trasforma all'improvviso nel peggiore degli incubi.
Una sonda russa è stata distrutta e i suoi detriti viaggiano impazziti nello spazio nero, distruggendo e uccidendo tutto quello che capita.
Stone e Kowalski sono soli nello spazio, la loro navicella è anch'essa un detrito, le comunicazioni con la terra sono interrotte, la percentuale d'ossigeno scende vertiginosamente, "va sorseggiato come vino", fino a scendere ad ottundente anidride carbonica.
Il silenzio alienante li divide dal magnifico pianeta cristallino, il panico cresce all'aumentare dello spazio che li separa da casa.
L'unica speranza è mettere da parte la paura e spingersi ancora più oltre.

Gravity non è il film di fantascienza che ti aspetti e questa è la sua forza.
Innanzitutto è un thriller.
La gravità del titolo è la grande e agognata assente che già da il senso di oppressiva sospensione che deflagherà nel cosmo puntellato di sonde.

Ti cattura, ti trascina, ti toglie il respiro. 
Lo spettatore ha, di fatto, lo stesso limitato ossigeno dei protagonisti. 
Il loro livello di O2 scende e la difficoltà di respirare sale, l'aria inizia a diventare poca, lo spazio stretto, il silenzio il rumore che più scuote i timpani.
Un'angoscia crescente strappa via il fiato, i muscoli si tendono alla spasmodica ricerca di una via d'uscita, il corpo si irrigidisce. 
Silenzio, immensità e pace si trasformano in strumenti di sopraffazione.
Cuaron (Oscar alla regia lo scorso 2 marzo) fa parlare la sua "telecamera" più di quanto possa parlare lo script, l'unico punto debole del film.

Film portato all'estremo, radicalizzato, sperimentale al punto da tracimare i confini di ciò che chiamiamo cinema.
Un film sul 3D più che 3D, con una tecnica portata ad un livello di molto superiore all'Avatar di Cameron. 
Il vero protagonista è lo spettatore che viene trascinato nel vortice della computer grafica e sballottato nello spazio più profondo.
Tutto avviene in tempo reale, nel lasso di un'ora e mezza si consuma l'intera vicenda che ruota intorno alla lotta per la sopravvivenza.

La "trama" è ridotta all'osso, l'introspezione dei personaggi solo accennata, ma il dire poco sembra ancora più efficace, non servono le implicazioni psicologiche per far entrare lo spettatore nello schermo.
La dottoressa Ryan matura in una manciata di minuti passando da un'azione abulica e abbandonata all'estremo ad un agire consapevole e più che mai determinato a lottare, la sua storia si intuisce, il suo dolore si percepisce e lo spettatore può immedesimarsi più facilmente.

Personaggio affine alla Ellen Ripley (Sigourney Weaver) dell'Alien Ridley Scott, richiamato anche dalla grafica del titolo di apertura.
La mancanza di un prima e di un dopo rende la vicenda più carica di fascino e mistero. 
Quando invece si cerca di dare più spessore emotivo alla storia, con frasi ridondanti e retoriche, metafore della vita (la scena in cui la Bullock è come un feto nel grembo materno si poteva evitare) e dialoghi banali, la tenuta stilistica sembra affondare e perdere forza.
Il tradizionale impianto che dovrebbe far scattare la storia sembra mancare, ma il regista riesce abilmente a far emergere un senso dal vuoto.
La contrapposizione essere e nulla-vuoto cosmico, sfrondato dal chiacchiericcio retorico, carica il film di una potenza coinvolgente. 
Era più che scontato che si aggiudicasse tutti gli oscar tecnici.
Gravity più che un film è un'esperienza.

Trailer: